Vittorio Sgarbi

Lo sguardo umano di Iudice

ludice torna a casa. E non vede più le spiagge affollate di bagnanti che vivono una condizione
di beatitudine ingenua e incolpevole. Davanti a quelle stesse spiagge, dove ancora pigramente
turisti prendono il sole e si bagnano, vede gommoni di naufraghi incerti del loro destino e affaticati, sudati. A distinguerli immediatamente dai bagnanti, talora oscenamente ignudi, sono gli abiti a cui non rinunciano. Predestinati a non trovare quello che sperano e che cercano.
Chi non ha lavoro raggiunge sulle stesse spiagge coloro che hanno sospeso il lavoro per entrare in vacanza. Condizioni analoghe, ma psicologicamente diverse. Le spiagge dei villeggianti sono talora rarefatte, con pochi ombrelloni, con figure pigramente distese sulla sabbia. Le spiagge degli extracomunitari sono sovraffollate: seduti e rigorosamente vestiti, sono l’uno stretto al fianco dell’altro come per scaldarsi e proteggersi anche in attesa di una lunga notte. Questa è l’atmosfera del grande quadro, come una moderna Zattera della Medusa, che arriva a Gela dopo il lungo soggiorno nel Padiglione Italia della Biennale di Venezia.
Le opere recenti di ludice interpretano una quotidianità diversa, da quella che l’ha portato a rappresentare nudi di donna in interni rarefatti, in condizioni di meditazione, di noia o di assegnazione, magari mettendole in posa davanti a specchi in stanze disadorne con arredi degli anni cinquanta. È un’altra Sicilia, un’altra Gela, dove la solitudine è rifugio a consolazione e gli interni delle case offrono protezione. Talora, in quegli interni, irrompe la luce abbacinante del sole siciliano stampato oltre il balcone su palazzi ottocenteschi. Un altro rifugio sono le stanze da bagno, con donne immerse nella vasca o in procinto di asciugarsi nell’accappatoio.
Più estranianti sono i corpi nudi sui divani in concentrata meditazione. Le mura della casa sono salvezza. Fuori si apre un nuovo mondo con neri sulle strade osservati con la mediterranea nitidezza di sguardo che accomuna ludice e Antonio Lòpez Garcia. E, come quest’ultimo, anche ludice perlustra con lo sguardo luoghi insignificanti, mortificati da architetture di cemento, o strade desolate di aree urbane degradate. Lo stesso occhio, la stessa misura di Lòpez Garcia, la stessa indulgenza senza commiserazione. Così sono quelle strade, così sono quelle spiagge dominate da orrori edilizi che nessuno guarda più.
Ma una nuova, benché tragica, vitalità viene dagli emigranti che scaldano e rianimano quelle
spiagge desolate e le impregnano di una umanità disperata ma destinata a cambiare la nostra vita, la nostra percezione del mondo. Così come ha fatto ludice uscendo dalla dimensione intimistica e domestica per entrare in quella di una epica della disperazione. Una umanità neppure più disperata, cui non si può negare aiuto e assistenza, vedendo un bambino che tiene nelle piccole mani una confezione di succo di frutta.
Il panorama che ora ha davanti ludice è profondamente mutato, il suo sguardo lo registra anche nella vitalità e dinamismo di questi nuovi gruppi di persone rassegnate. ludice esce di casa, entra nell’unico mondo che gli è consentito di vedere, che è questo, con questa realtà nuova e irrinunciabile. E così si trasforma da lirico ed elegiaco in epico, con il consueto realismo caricato però, rispetto alla limpidezza del disegno precedente, di una dimensione materica, di spessori, colori, collage, di grumosa densità.
Dalla luminosità pomeridiana dei suoi interni con nudi femminili passa all’oscurità di notti senza futuro e senza speranza. Una grande notte che è calata sul mondo ed è riscaldata da provvisori
fuochi. Gli emigranti stanno vicini per sentirsi più sicuri, per avere impossibili garanzie; e l’occhio
di ludice li guarda con una oggettività che è, in sè stessa, amore, per una umanità umiliata e irriducibile.
ludice applica al mondo sempre il suo sguardo implacabile, ma, arrivato a questo punto, sembra
mitigarlo con una imprevista indulgenza. In questa nuova dimensione ci manifesta una sensibilità
nuova.

dal Catalogo “Dalla biennale di Venezia a Gela”, Fondazione Sgarbi 2011